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Un Italiano ad Hollywood: intervista a Giacomo Ghiazza

Storyboarder di successo, l’astigiano Giacono Ghiazza ha esaltato, con il proprio lavoro, il nome dell’Italia ai massimi livelli internazionali in ambito cinematografico

a cura di Fabrizio Aimar

Dal 1988 ad oggi, con i suoi “storyboard” ha trasformato idee e parole in scene di noti films di Hollywood quali Windtalkers, Vita di Pi, The Hunger Games I e II, Starship Troopers, Robocop 2, Mission: Impossible 3 e 5, Speed, Pirati dei Caraibi 1. Quanto è difficile la creazione mentale di un’immagine al fine di ottenere poi una fotografia di qualità? Qual è il suo metodo per ottenerla?

“Il metodo per ottenerla è uno solo, che reputo essere il migliore: il dialogo diretto con il regista. Quando sono assunto per fare gli storyboard, lavoro, non esclusivamente ma all’80%, con il regista. Ci incontriamo con meeting brevi, meeting lunghi, molto brevi anzi! E in quei pochi minuti devo essere molto veloce a comprendere, a tradurre le sue immagini, le sue idee, in schizzi anche molto elementari, in un linguaggio che, quando li rifarò più tardi, riuscirò a capire. Devo essere molto rapido a corrergli dietro mentalmente, perché, alle volte, sono un po’ astratte queste cose. E allora, la difficoltà sta lì, nel cercare di capire in termini più spicci “Che cosa vuoi? Preferisci la cosa che messa così, oppure …”. Sai, ogni regista è un po’ astratto, ha le proprie visioni, come ad esempio Ang Lee. Con lui, i primi meeting erano terribili perché temevo di non capire nulla, di fare una figuraccia! Invece andò tutto bene… Quindi, creare l’immagine mentalmente, prima che metterla sulla carta, non è facile. Poi, quando ce l’hai in mente, trasferirla sulla carta non è altrettanto facile. Diciamo, la parte più facile è il disegno vero e proprio, ma il processo mentale no. E’ come se dovessi avere nella mente una macchina da presa, sei il montatore del film e al contempo anche il regista. Devi possedere conoscenze diverse per riuscire a costruire un’immagine che dica qualcosa, che sia capibile da tutti gli addetti ai lavori.”

Nell’era del digitale avanzato in cui la grafica computerizzata padroneggia, lei incarna la testimonianza di come la rappresentazione manuale sia in realtà viva e rilevante. Che prospettive future scorge per la tecnica rappresentativa tradizionale all’interno di un qualsiasi processo creativo?

“Senza la tecnica tradizionale, creativa, non può esserci nessuna interpretazione grafica o digitale. Tutto parte dalla matita. Tra l’altro, quando usi la tavoletta (la “computer tablet”) su cui disegni con la matita elettronica, il processo è lo stesso. Anziché avere il foglio di carta hai il vetro, vi disegni sopra, ma è veramente lo stesso. E’ divertente, non ti sporca le dita, vai più veloce perché c’è meno attrito, tra cui quello della grafite… vi sono dei vantaggi. Io sto imparando, è da poco che ce l’ho, e avrei dovuto farlo anni fa! Finalmente mi sono convinto anch’io ad abbracciare il mondo digitale. La parte che richiede un po’ di tempo è quella più tecnica: hai le tue applicazioni, aperte sullo schermo del tuo laptop, connesso alla tua tavoletta e, per ottenere i diversi tratti con la matita, devi usare Photoshop o un’altra applicazione. I miei amici, che sono molto più pratici, con la sinistra aprono il menù e con la destra disegnano! Tuttavia, senza la capacità di disegnare su carta, tutto ciò non può esistere, perché, alla fine, si riferisce sempre e ancora a questa abilità, che sia appunto su carta o su tablet. Non cambia nulla: devi sapere un po’ disegnare.”

Da oltre 30 anni lei vive e lavora negli USA. In tale arco temporale, a suo modo di vedere, com’è cambiata la percezione del pubblico statunitense verso il “Made in Italy”, inteso questo in termini di competenze e know-how, oltre che di noti beni materiali offerti?

“Sono un po’ impreparato. Però, dalla poca esperienza che ho, il “Made in Italy” è veramente ad alti livelli. A parte il cibo, che è osannato da tutti, vi è la moda, il design… Tutto quello che possiede la scritta “made in Italy”, quindi fatto in Italia, possiede un valore non solo monetario, ma anche in termini artistici. Io vivo in California, quindi ho solo quell’esperienza lì, in quanto nelle altre parti d’America vi è una cultura diversa. Però in California, quella delle grandi città, è così: il “Made in Italy” è super-apprezzato.”

2017-09-23T07:48:01+00:00 Categories: Blog, Marzo 2017|Tags: , |